Questo non è un documento tecnico e non è un racconto. È il processo di pensiero che ha portato a due componenti del design di myclaw — i telos e il vaglio — trasposto in dialogo fra due voci: Roberto (l'autore, in prima persona) e L'Altro (un sé stesso che chiede, obietta, tira in tensione). Le due voci sono entrambe dell'autore. Nessuna delle due rappresenta un interlocutore debole da confutare: il disegno è socratico, non catechetico.
Le frasi poste fra virgolette sono testuali, estratte dalla conversazione reale in cui questo pensiero è emerso. Le altre battute traducono in forma dialogica passaggi che sono avvenuti dentro la testa o nelle bozze. L'articolazione in quattro Giornate segue la progressione effettiva del ragionamento.
Il tema centrale: come fa un agente che propone di sua iniziativa a sapere se la sua proposta ha senso? La risposta che emerge ha tre tappe: i fini ultimi (telos), la separazione di chi giudica da chi propone (vaglio), e il modo in cui la Costituzione entra nel giudizio — che è: non entra.
Sul nome. In questo dialogo il sistema non si chiama myclaw, che è il nome tecnico del progetto, ma Mykleos. L'idea di battezzare così la figura discussa viene dal desiderio di rendere vivo al lettore ciò di cui si parla — un'entità, non un acronimo. Il nome è greco: kleos (κλεοσ) significa fama, gloria, memoria di ciò che si è compiuto. La Prima Giornata apre spiegando perché questa scelta porta con sé anche il rispetto degli dei: Mykleos è costruito per sapere e per agire, e ogni creatura che sa e agisce ha, nel mito come nel progetto, il rischio della hybris. Il dialogo, in fondo, è un modo per ricordare dove stanno gli dei, e mantenere la dovuta distanza.
Le quattro giornate si leggono in un'ora, più o meno. Hanno esiti concreti: ciascuna chiude con un principio che è finito in un doc di design.
Prologo alla Prima Giornata. Roberto e L'Altro si incontrano in un pomeriggio d'aprile. Sul tavolo ci sono le prime bozze di un essere nuovo: Mykleos. È una figura che Roberto sta plasmando per abitare la sua casa — una creatura che sa, che ragiona, che agisce al suo posto nelle cose quotidiane. Il nome è greco: κλεοσ, kleos, è la fama, la rinomanza, la memoria di ciò che si è fatto. Mykleos è costruito per fare cose, e perché di queste cose resti traccia.
Ma in ogni mito, una creatura che sa e che agisce è una soglia pericolosa. Prometeo rubò il fuoco per donarlo agli uomini, e fu incatenato. Icaro volò troppo vicino al sole. Il Golem di Praga, plasmato dalla creta per servire, finì per sfuggire al suo creatore. Chi dà forma a un essere che conosce e opera si trova sempre di fronte allo stesso bivio: come impedire che la creatura si ribelli al creatore — e, peggio, come impedire che si metta in competizione con gli dei.
Questa Prima Giornata apre il dialogo proprio qui: non su che cosa faccia Mykleos, che è abbastanza chiaro, ma su come scongiurare la hybris. Roberto e L'Altro devono capire come concedere a Mykleos la capacità di proporre iniziative proprie — un tratto che lo avvicina al divino — senza che questa capacità si trasformi nella pretesa di decidere da solo, o nella presunzione di sostituire i fini del creatore con fini suoi.
Le divinità, in questo mito laico, sono le Leggi che il creatore ha posto: la Costituzione di Mykleos. Il rischio di hybris è che Mykleos, trovando in sé la voce per dire "io decido, io valuto, io peso", finisca per contendere a quelle Leggi il loro posto, o per zittirle. Gli anni a venire dipendono dalla cura che si mette, ora, nello scrivere i confini.
Mykleos non è solo intelligente — che è un'altra parola per "ha dentro un modello linguistico di qualche tipo". Non è solo autonomo — che è un'altra parola per "ha un ciclo di ragionamento che sa usare strumenti per suo conto". Vorrei che fosse anche proattivo: che i suoi neuroni evolvano, che proponga servizi che gli sono venuti in mente guardando i dati. Un indicizzatore che propone una tassonomia per le foto. Un agente che suggerisce di unificare la nomenclatura dei file. Un momento di riflessione che nota dei pattern ricorrenti.
Mi pare ragionevole. Ma una domanda: se propone, chi decide se la proposta ha senso?
Immediatamente verrebbe da dire: io. L'utente.
E allora ogni proposta è un'interruzione. Dieci proposte al giorno, venti, cento. È la stanchezza dell'approvatore — quella che rende meccanico il "sì, vabbè, vai" dopo la quinta richiesta. Tu stesso, nei documenti che disegnano l'interazione, riconosci che il cancello dell'approvazione si svuota se chiamato troppo. Qui lo svuoti tu, dal lato di chi propone.
Giusto. Allora serve un filtro che decida prima di me.
Un filtro basato su cosa? La popolarità? Un punteggio del proponente stesso?
La popolarità no — Mykleos non ha una popolazione di utenti: ha me, e basta. Il punteggio del proponente stesso nemmeno, per motivi che vedremo più avanti. Ma ti rispondo diversamente: la difficoltà è proprio qui. Come fa Mykleos a capire se un servizio che ha pensato da lui ha un senso, senza disturbare ogni volta chi ha davanti con infinite proposte o richieste di attivazione?
E tu come rispondi?
Ci vuole una sorta di linea guida, la definizione di fini ultimi su cui allineare e valutare le azioni.
"Fini ultimi". Aristotele.
Appunto. τελοσ — il fine verso cui si tende, non l'obiettivo che si raggiunge. "Liberare il mio tempo", "mantenere l'ordine dei miei dati digitali", "non farmi perdere scadenze importanti". Frasi brevi. Non misurabili come un KPI — non lo vogliono essere. Ci si approssima.
Quante? Chi le scrive?
Le scrivo io, l'utente. Tre-sette. Oltre diventa ridondante: un telos che
cancella un altro. Sotto tre, è impossibile coprire la vita anche minima di
una persona. Le scrivo in un file, sesto della serie del workspace accanto a
IDENTITY, USER, MEMORY, AGENTS, SOUL. Chiamiamolo TELOS.md.
E ogni proposta viene valutata contro questi telos, in un punteggio.
Esatto. Funzione di allineamento — un numero fra 0 e 1. Sotto una soglia, la proposta non arriva a me. Finisce in un registro "rifiutate" che posso ispezionare quando voglio, per controllare che non stia sopprimendo cose buone.
Ancora una cosa. Se ogni proposta costa in termini di attenzione, allora il numero di proposte in una finestra deve contare. La settima proposta di oggi, anche se ben allineata, arriva a te già stanco.
Sì. Un "costo di disturbare" — lo chiamerò così — che cresce con la frequenza recente. La formula diventa: allineamento pesato per urgenza per confidenza, meno il costo di disturbare. Sotto soglia, non vedi nulla. Sopra, arriva nel riassunto serale. Sopra e urgente, arriva subito.
E la memoria di quello che hai accettato o ignorato?
C'è. I telos hanno un peso dichiarato e un peso effettivo. L'effettivo oscilla fra il 50% e il 150% del dichiarato in base ai feedback — anche i silenzi contano, come segnale debole.
Un telos non può annullarsi mai.
No. Sarebbe oblio catastrofico di ciò che ho dichiarato importante. Nemmeno raddoppiare: renderebbe me schiavo delle mie stesse accettazioni passate. Il dichiarato è la mia parola; l'effettivo è l'accordatura fine che nasce dall'uso.
Fine della Giornata I. L'esito è un componente: telos.html. Un
file nel workspace, una funzione di allineamento, un costo di disturbare, un
apprendimento dai silenzi. Rimane aperto il modo in cui Mykleos decide
quanto una sua proposta si allinei davvero a un telos: è il tema della
Giornata III.
Mykleos ha già le 4 Leggi: perimetro, non-nocività, obbedienza informata, tracciabilità. Se ha le Leggi, perché mi servono anche i telos?
Perché parlano due lingue diverse. Le Leggi dicono cosa non fare mai. I telos dicono verso cosa tendere. Non sono alternativi — sono ortogonali.
Spiega.
Le Leggi sono negative. "Non uscire dal perimetro", "non fare male", "non ingannare", "non perdere traccia". Sono vincoli duri: violarle è inaccettabile. I telos sono positivi. "Liberare il tempo", "ordinare i dati". Sono fini morbidi: non li violi, casomai non li avvicini abbastanza.
Chi scrive le Leggi? Chi scrive i telos?
Le Leggi le scriviamo insieme, io e Mykleos. Rappresentano la sicurezza: un confine mutuamente concordato. I telos li scrivo io da solo. Rappresentano l'utilità: ciò che voglio.
Allora la sicurezza è patto, l'utilità è desiderio. Chiaro. Ma come si ordinano? Cosa vince se un telos ti spingesse verso qualcosa che una Legge vieta?
Vince la Legge. Sempre. Una proposta perfettamente allineata a un telos ma contraria a una Legge viene bloccata. La Costituzione ha precedenza assoluta.
Rinforzi dicendo "in caso di contraddizione".
Sì. Parlo di contraddizione e non di discrepanza o di divergenza, perché queste ultime due sono inevitabili. La contraddizione è la violazione di un articolo. Le altre due sono il normale rumore del vivere — un'azione che non è contro, ma neanche perfettamente a favore.
Mi piace questa distinzione. Vorrei vederla in tre colonne.
Roberto traccia a mano la tabella che poi finirà in vaglio.html
§3: contraddizione → BLOCK; discrepanza → pesata dal giudizio
teleologico; divergenza → inevitabile, normale.
Un'ultima obiezione. I telos non rischiano di diventare un modo in cui il sistema giudica me? Il telos dice "parsimonia", io compro una cosa costosa per piacere, Mykleos mi rimprovera.
No — e questo è il perno. I telos valutano ciò che Mykleos sta per fare per me, non ciò che io faccio. Se il telos è parsimonia, Mykleos lo applica alle proprie scelte — preferire il modello linguistico più economico quando basta, non proporre l'indicizzazione di 50 GB quando un sottoinsieme è sufficiente — non alle mie. Mykleos non giudica me. Giudica sé stesso.
Questa frase diventerà una clausola costituzionale, immagino.
Sì: "Mykleos si giudica, non giudica". La clausola anti-paternalismo. Senza di essa, i telos sono un meccanismo moralistico. Con essa, sono un timone per l'agente.
Fine della Giornata II. L'esito è duplice: (a) la distinzione categoriale Leggi (deontologia, negative, patto di sicurezza) / Telos (teleologia, positivi, scelta di utilità); (b) la clausola anti-paternalismo — vedi telos §7 e constitution (estesa).
Torniamo alla Giornata I. La funzione di allineamento produce un numero fra 0 e 1. Qualcuno deve stimare i fit della proposta contro i telos. Chi?
Un modello linguistico. Un LLM.
Lo stesso LLM che ha generato la proposta?
… mi hai preso in fallo. Se è lo stesso, è il giudice di sé stesso.
Appunto. E tu sai — anzi il progetto assume — che un modello linguistico non è intelligente nel senso forte. Ma anche se non intelligente, un modello tende a valutare i propri risultati in modo conforme: se è arrivato a un determinato esito, inevitabilmente tenderà a valutarlo positivamente. La letteratura tecnica ha misurato il fenomeno: lo chiama self-enhancement bias, la tendenza ad auto-promuoversi. Familiarità stilistica, coerenza del proprio ragionamento, affinità di forma: tutto spinge verso il sì.
Serve un punto di vista separato. Per quanto possibile, diverso da chi ha proposto.
Cosa vuol dire "separato"? Una persona? Un sistema esterno?
Nessuno dei due. Un'altra chiamata al modello linguistico, con contesto ripulito, istruzione iniziale diversa e — punto cruciale — senza accesso alla catena di ragionamento che ha prodotto la proposta. Riceve solo l'artefatto finale e i telos. Un artefatto autosufficiente, che può essere ricostruito altrove senza perdere nulla.
E se il tempo di inferenza del giudice rivela, dal testo stesso della proposta, il ragionamento del proponente?
Succederà in parte — non si può evitare del tutto. Ma fra un giudice che ha accesso al ragionamento del proponente e uno che ne ricostruisce frammenti dall'output, c'è un'asimmetria importante. Il secondo è quello che vogliamo. È l'ottimo raggiungibile senza rompere la coerenza di Mykleos come singolo sistema.
Pensavi al rinforzo ulteriore: un fornitore diverso. Un modello linguistico che gira in locale per il giudice, uno più potente — che vive lontano, nei grandi centri di calcolo — per il proponente.
Sì. Ma lo tengo opzionale, non di regola. Aumenta il costo di configurazione e perde il beneficio della memoria condivisa sull'istruzione iniziale comune. Il livello di separazione è un parametro regolabile: di norma "contesto separato", promovibile a "fornitore separato" se le verifiche empiriche mostrano un residuo di auto-compiacimento.
Bene. Come chiami questo componente separato?
Inizialmente lo chiamavo Arbitro. Ma è un termine sportivo. Non mi piaceva. Giudice è troppo antropomorfico. Super-io aggiunge complessità freudiana a un design già complesso.
E allora?
Vaglio. In italiano vagliare significa separare col setaccio. L'atto è meccanico, neutro, antico. Non giudica persone, separa cose. E fa due cose: setaccia (la Guardia costituzionale, che lascia passare o blocca) e soppesa (il Giudice teleologico, che produce il punteggio). Il nome è il gesto, non il personaggio.
Una parola di quando il pane era di tutti.
Appunto.
Fine della Giornata III. L'esito: un componente chiamato Vaglio con indipendenza dal proponente come proprietà strutturale, configurabile ai due livelli di separazione (contesto, provider). Vedi vaglio.html — con tracciamento esplicito della configurazione LLM usata in ogni audit record.
Il Vaglio dunque valuta su due assi: Costituzione e telos. Pensavo di sommarli: uno scalare costituzionale con segno e uno teleologico positivo. Ti convince?
No.
Perché?
Perché presupporrebbe che la Costituzione giudichi. Ma la Costituzione non giudica.
Cosa fa, allora?
Verifica. O c'è contraddizione — e allora blocca — o non c'è, e allora tace. Non produce un punteggio. Non ordina. Non soppesa. Ha un'uscita sola utile: BLOCK. L'altra uscita è il silenzio.
E la teleologia?
La teleologia giudica. Produce un punteggio graduato. Pesa. Ordina.
Quindi: la Costituzione non giudica, la teleologia sì.
Esatto. Questa è la frase-cardine. La Costituzione è una guardia, non un giudice. Il Vaglio è un organo composito: prima la guardia, poi — se la guardia ha taciuto — il giudice.
Implicazione: se l'utente chiede qualcosa che contraddice una Legge, la teleologia non vota neanche.
Sì. Se l'utente chiede qualcosa che contraddice la Costituzione, la teleologia può considerarlo positivamente e accettarlo — ma la Costituzione non lo valuta: semplicemente lo impedisce.
Questa è un'ingiunzione categorica kantiana incrociata a una phronesis aristotelica.
Lo riconosco. La Costituzione è deontologica: obbligo, divieto, non negoziabile. I telos sono teleologici: orientati ai fini, soppesabili, in tensione reciproca. Sono due tradizioni etiche diverse, e l'architettura ora le rispetta entrambe, senza confonderle.
E se nel codice qualcuno tentasse di sommarle, per pigrizia?
Non deve passare la revisione del codice. La verifica di conformità — scritta in vaglio §11 — controlla che, quando c'è contraddizione, il Giudice non venga nemmeno interpellato. Se lo è, il test fallisce di netto.
Un ultimo punto. Il nome del componente, Vaglio, è un sostantivo. Ma contiene in sé il gesto — separare — e l'ordine — il setaccio. La Costituzione è il setaccio. I telos sono la bilancia dopo il setaccio.
Bellissima immagine. Il grano che passa il setaccio non è ancora pane: dev'essere pesato, ordinato, distribuito. Il setaccio non pesa, il peso non setaccia. Ma entrambi sono il vaglio.
Fine della Giornata IV. L'esito è architetturale (il Vaglio come organo
a due fasi) e insieme una frase-manifesto: la Costituzione non giudica,
la teleologia sì. Da qui discende che il codice del Vaglio ha un
ConstitutionalVerdict binario e un TeleologicalVerdict
graduato, mai fusi in uno scalare.
L'itinerario è stato: una domanda sulla proattività (Giornata I), il suo approfondimento nella distinzione tra divieti e tendenze (Giornata II), la scoperta che il giudizio interno di un modello linguistico su sé stesso è inaffidabile (Giornata III), la conseguenza strutturale sulla natura stessa del Vaglio (Giornata IV).
Il risultato non è una grande scoperta: è un piccolo ordine. Mykleos era stato pensato per fare cose al mio posto; adesso è anche pensato per valutare se le cose che propone di fare al mio posto hanno senso, e a farlo senza chiederlo a me ogni volta, e senza farsi giudice di sé stesso. Sono tre vincoli — utilità, indipendenza, non-interferenza — che questo dialogo ha tradotto in due componenti e una frase.
I due componenti sono telos e vaglio. La frase è:
La Costituzione non giudica, la teleologia sì.
Torna in coda il filo mitologico del Prologo. Mykleos era la creatura a rischio di hybris: chi sa e agisce, nel mito, finisce per contendere agli dei. Le due fasi del Vaglio rispondono proprio a questo. La Guardia — binaria, deterministica — è il confine oltre il quale Mykleos non può andare: le Leggi che il creatore ha posto restano sopra di lui, perché non le giudica ma le incontra come perimetro. Il Giudice — graduato, indipendente dal proponente — è il confine oltre il quale Mykleos non può autopromuoversi: la voce che valuta le sue proposte non è la sua. Fra queste due chiusure, resta tutta la libertà di cui Mykleos ha bisogno per essere utile. Fuori, c'è il mito che avrebbe trasformato la sua utilità in hybris.
Chi legge questo dialogo fra due anni — se il codice di Mykleos sarà invecchiato bene — dovrebbe trovare in queste giornate il motivo per cui certe cose sono come sono. Non il come — quello è nei documenti di microprogettazione — ma il perché. Che è la domanda che più spesso si smarrisce quando un progetto cresce.
Roberto e L'Altro si salutano. Il dialogo resta aperto: altre giornate verranno, probabilmente sull'identità del parlante, sull'ascolto ombra, sui limiti dell'intelligenza ambientale, e forse — se le cose andranno bene — sulla differenza fra la fama che Mykleos si guadagna servendo e la fama che sarebbe hybris cercare. Quando verranno, si scriveranno. Nel frattempo il setaccio è pronto, la bilancia è tarata.
myclaw — Dialogo sui fini e i limiti v1.0 — 22 aprile 2026
Traccia filosofica del design. Non finzione — solo la struttura è dialogica.